Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 23 maggio 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Disturbi dello spettro dell’autismo (ASD): distinti due sub-tipi per connettività e altri tratti. Marco Pagani e colleghi, studiando 20 modelli genetici sperimentali di autismo mediante risonanza magnetica funzionale (fMRI), hanno individuato 2 definiti sub-tipi, caratterizzati da particolari tratti biologici: 1) sub-tipo con ipo-connettività dominante associata a disfunzione sinaptica; 2) sub-tipo con iper-connettività dominante associata ad alterazioni trascrizionali e immuno-relate.

I due sub-tipi con ipo- e iper-connettività funzionale cerebrale sono stati riscontrati in una banca dati fMRI multicentrica umana costituita da 940 affetti da ASD e 1036 individui neurotipici.

I due sub-tipi umani sono associati a distinte architetture funzionali delle reti cerebrali, a distinti profili comportamentali e riproducono le vie, rispettivamente sinaptiche e immuno-associate, identificate nel dataset della ricerca nei roditori. [Cfr. Nature Neuroscience – AOP doi: 10.1038/s41593-026-02294-0, 2026].

 

Sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e un link genetico con la malattia di Alzheimer: APOE ε4. La variante APOE ε4, epidemiologicamente considerata il maggiore fattore di rischio della malattia di Alzheimer, influenza la diffusione delle proteine patologiche in varie malattie neurodegenerative, Yuya Hatano e colleghi hanno indagato la possibilità che APOE ε4 influenzi anche la diffusione delle proteine patologiche della sclerosi laterale amiotrofica (v. per un’introduzione alla SLA in Note e Notizie 23-05-26 SLA e infiltrazione immune dalla periferia). Gli esiti dello studio dimostrano che APOE ε4 modifica la distribuzione anatomica della patologia TDP-43 nella SLA sporadica, attraverso meccanismi indipendenti dalla patologia della malattia di Alzheimer. Distinguendo la SLA in due sottotipi legati alla patologia TDP-43 (tipo 1: ristretta alle aree motorie; tipo 2: interessamento corticale diffuso), è risultato che APOE ε4 era direttamente associata al tipo 2 con patologia TDP-43 estesa a tutta la corteccia cerebrale. [Cfr. Acta Neuropathologica 151, 57, May 15, 2006].

 

Trovati nella corteccia sensoriale primaria correlati decisionali in una decisione percettiva. Il modello per descrivere lo sviluppo dei processi alla base di una decisione percettiva attualmente adottato dai ricercatori postula il graduale accumulo di evidenze sensoriali attraverso una cascata a feedforward gerarchicamente organizzata di attività neuroniche, che trasforma le iniziali rappresentazioni degli stimoli nella corteccia sensoriale primaria (S1) in decisioni percettive elaborate nelle aree premotorie. Ma questo modello è stato messo in discussione dai risultati di molti studi. Alex G. Armstrong e Yurii Vlasov della Columbia University di New York hanno studiato nel topo, con un paradigma di realtà virtuale, la base cerebrale di decisioni percettive, rilevando che S1 può partecipare direttamente alla codifica categoriale di una variabile decisionale “tutto o nulla” via feedback cortico-corticali attraverso cui l’informazione sensoriale riverbera per essere trasformata in percezione e azione.

Paragonando il quadro definito da questi risultati al modello seguito dall’AI tradizionale (es.: convolutional neural networks) concepito come uno schema bottom-up in serie temporale, per passi separati e implicitamente gerarchici in cui la sensazione ha luogo per prima e la decisione per ultima, si è detto che la decisione nel cervello è sempre dinamicamente modulata da processi top-down. Osservazione corretta ma riduttiva. Infatti lo studio dimostra, tra le altre cose, la presenza di segnali decisionali nella corteccia S1 nei primi stadi della percezione.

Non si tratta di rilevare l’ennesima differenza tra AI e NI ma della conferma che la chiave per comprendere le basi neurofunzionali delle maggiori espressioni dell’attività mentale risiede nella complessità cerebrale, sviluppata non come architettura razionale di processi gerarchizzati, ma quale risultato di una miriade di interazioni tra pressioni selettive e risposte vincolate biologicamente. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2514107123, 2026].

 

Rallenta l’invecchiamento un regime di vita strutturato e intenso con relazioni sociali. La misura degli indici di vulnerabilità (FI, frailty indices) coglie l’accumulo di difetti che si accompagna al processo di invecchiamento e consente la stima del rischio di patologie croniche e mortalità, pertanto si è affermata in geriatria come pratica per la valutazione dello stato di salute e di rischio, fornendo informazioni sul grado di involuzione biologica in rapporto all’età anagrafica. Mark Espeland e colleghi hanno verificato mediante FI l’impatto di un intervento multi-dominio per due anni sullo stile di vita di 2111 adulti di età compresa tra i 60 e i 79 anni, mettendo a confronto questo regime con uno stile di vita spontaneo. L’intervento multi-dominio, oltre a esercizio fisico in una pratica motoria strutturata e dieta controllata, prevedeva attività cognitive guidate e attività sociali stimolanti, caratterizzandosi per intensità di esperienze quotidiane, necessità di apprendere da guide, dover dar conto e curare i rapporti sociali per ottenerne gratificazione.

Lo studio ha dimostrato una notevole ed evidente efficacia dell’intervento multi-dominio, con benefici complessivi per la salute e rallentamento dei processi di invecchiamento. [Cfr. The Journals of Gerontology: Series A, Volume 81, Issue 5, glag94, May 2026].

 

Storia della scoperta della trasmissione sinaptica. Quarta Parte – Dalla scoperta delle sinapsi inibitorie all’opposizione di John Newport Langley all’opinione corrente. Abbiamo letto le parole di Charles Sherrington su come è nato il termine “sinapsi”, quando ancora non si aveva nemmeno la più pallida idea di quella straordinaria struttura rivelata dal microscopio elettronico e nessuno poteva immaginare che in quel tempuscolo di ritardo, che aveva costituito la prima prova funzionale della loro esistenza, avvenisse quella sequenza di eventi cellulari e molecolari che permettono il rilascio di quanti di neurotrasmettitore che si legano ai recettori consentendo il passaggio della corrente dal terminale presinaptico alla membrana del neurone post-sinaptico. Come si è proceduto al buio, cioè senza poter vedere e studiare la morfologia ultrastrutturale delle giunzioni? In altre parole, come è andata avanti la ricerca?

La risposta per questa fase degli studi si trova tutta nel lavoro di Sherrington, che conosciamo in dettaglio dalla pubblicazione delle dieci conferenze, le famose Silliman Lectures, che tenne presso la Yale University sotto il titolo Integrative Action of the Nervous System, e di una raccolta edita da Denny Brown col titolo Selected Writings of Sir Charles Sherrington. È interessante notare come ogni passo delle sue indagini fosse preceduto da riflessioni e ragionamenti sugli elementi di conoscenza acquisiti: un modo di procedere di cui si sente spesso la mancanza nella ricerca di oggi, che troppo spesso tende meccanicamente a cercare e accumulare dati seguendo filoni di studio già definiti in ogni aspetto teoretico e pratico.

Dopo la pubblicazione della nuova edizione del Textbook of Physiology, Sherrington aveva un nome per le giunzioni e poteva partire da tre importanti punti fermi: 1) una convinzione presto divenuta un principio, 2) un’osservazione fisiologica e 3) una sua scoperta che sarebbe diventata una struttura portante dell’edificio della neurofisiologia moderna.

1) La convinzione, sviluppata nell’osservazione delle afferenze ai motoneuroni spinali, è costituita dall’unidirezionalità del flusso di informazioni condotte dagli assoni e attraversanti le sinapsi: la corrente propagata lungo l’assone segue sempre e solo la direzione che va dal corpo del neurone all’estremità sinaptica. È l’importante principio della conduzione dromica, che Sherrington riaffermava in ogni circostanza, anche se non lo aveva desunto dal riscontro di una sua originale intuizione: il principio di unidirezionalità della corrente deriva, infatti, da una verifica funzionale del principio di polarizzazione dinamica di Cajal.

2) L’osservazione fisiologica è quella del ritardo sinaptico, ma ne abbiamo già parlato; non ci resta dunque che illustrare l’ultimo punto fermo.

3) La scoperta delle sinapsi inibitorie. Si tratta di una vera rivoluzione: né Cajal né alcun altro degli anatomisti dell’epoca aveva mai preso in considerazione l’idea di una connessione finalizzata a spegnere o prevenire l’accensione di un’altra. Con la scoperta delle sinapsi inibitorie, Sherrington scopre lo strumento chiave della regolazione intrinseca del sistema nervoso: il principio di inibizione è la base concettuale necessaria alla spiegazione di tutti gli atti materiali e mentali del soggetto, dall’inibizione dei motoneuroni antagonisti necessaria al movimento, all’inibizione dei circuiti cerebrali concorrenti nell’operare delle scelte nella nostra attività mentale. Naturalmente, il fisiologo inglese non si rese subito conto di aver scoperto una chiave di volta per comprendere la fisiologia di tutto il sistema nervoso, ma procedendo per passi – il primo dei quali è stato definire le leggi che regolano l’innervazione dei muscoli degli arti, da lui definita “innervazione reciproca” – è arrivato a scoprire l’azione integrativa del sistema nervoso.

Studiando i riflessi spinali, Sherrington si era reso conto di quante afferenze diverse giungono ai motoneuroni responsabili del movimento, e aveva coniato l’espressione ancora usata in neurofisiologia “via finale comune”; in quegli studi aveva anche compreso come, per il concorrere di più sinapsi eccitatorie su un motoneurone, si possa avere sommazione spaziale e, per l’arrivo di più impulsi in sequenza, si abbia sommazione temporale. Si comprende la sua sorpresa, quando si rese conto che più erano attive delle connessioni, tanto minore era la probabilità che i neuroni post-sinaptici scaricassero. Quando scoprì le sinapsi inibitorie, ipotizzò subito che fossero importanti tanto quanto le eccitatorie nell’economia funzionale del sistema nervoso. Negli esperimenti sui riflessi flessori ed estensori si rese conto che, quando erano eccitati i motoneuroni che facevano contrarre un gruppo di muscoli, che così si rendevano protagonisti del movimento, sempre, invariabilmente, si aveva l’inibizione dei motoneuroni che innervavano i muscoli antagonisti di quelli contratti. La precisa formulazione di questo accoppiamento fisso dell’eccitazione degli agonisti all’inibizione degli antagonisti per effetto dell’innervazione reciproca prese il nome di Prima Legge di Sherrington.

Pur seguendo le tracce di varie ipotesi sperimentali nel prosieguo dei suoi studi, Charles Sherrington rimase sempre interessato a comprendere l’intima natura biologica dell’inibizione quale principio organizzativo del sistema nervoso centrale per tutta la sua carriera. Così intitolò la conferenza che tenne nel 1932 al conferimento del Premio Nobel: Inibizione come Fattore di Coordinazione. Fra i passi rilevanti del testo vi è quello in cui, con impressionante preveggenza, suppone ciò che l’elettrofisiologia dimostrerà molti anni dopo. In breve, afferma che l’inibizione può considerarsi come uno stato di temporanea stabilizzazione della superficie della membrana, che l’eccitazione deve rompere per determinare l’evento di depolarizzazione che porterà alla conduzione dell’impulso, e specifica che la stabilizzazione inibitoria della membrana può essere considerata come un aumento della polarizzazione a riposo: “…qualcosa in linea con un elettrotono. A differenza della eccitazione-depolarizzazione non dovrebbe viaggiare; e, infatti, lo stato inibitorio non viaggia”[1].

Non è corretto affermare che Sherrington abbia scoperto l’inibizione nel sistema nervoso, perché fenomeni inibitori nervosi erano stati descritti in precedenza. Ad esempio, i fratelli Weber nel 1845 avevano scoperto e dimostrato che la stimolazione del nervo vago produce un effetto inibitorio sul cuore, rallentando il ritmo di contrazione, ossia la frequenza cardiaca; ancora prima, nel 1834 Sir Charles Bell parlava di un vincolo nervoso che induceva rilassamento muscolare opposto alle sinergie di contrazione. D’altra parte, Fridrich Goltz, nel cui laboratorio di Strasburgo Sherrington aveva mosso i primi passi da ricercatore, aveva dimostrato l’inibizione dei movimenti per forti stimoli cutanei nei cani con lesione spinale. Sherrington ha scoperto l’inibizione sinaptica, ossia ha compreso che i fenomeni inibitori conosciuti, e tutti quelli che si sarebbero scoperti da allora in poi, sono dovuti a un fenomeno elettrico di membrana presso le giunzioni tra cellule eccitabili.

Gli studi di Sherrington, che compivano come eccellenza esemplare quanto la comunità medico-scientifica impegnata nella ricerca sul sistema nervoso stava portando avanti da qualche decennio, avevano contribuito a consolidare l’idea che la trasmissione di informazioni come stimoli eccitatori o inibitori fosse un fenomeno esclusivamente bioelettrico. La scoperta dell’esistenza di strutture specializzate come le sinapsi, dopo aver evidenziato la differenza esistente tra la conduzione dell’impulso nervoso lungo un neurite, o cilindrasse – come Purkinje aveva chiamato gli assoni rivestiti di mielina oligodendrocitica – e il passaggio dello stimolo da un neurone all’altro, ossia la trasmissione dell’informazione eccitatoria o inibitoria, aveva messo sotto gli occhi dei ricercatori la totale ignoranza di ciò che accadeva nelle giunzioni in quel tempuscolo di ritardo durante il quale l’informazione passava da una cellula all’altra.

Fra coloro che non erano convinti che tutto fosse da ricercare nella biofisica della membrana, vi era un allievo di Michael Foster, che era stato collega di Sherrington a Cambridge, John Newport Langley.

Oggi questo grande fisiologo è generalmente ricordato per aver coniato la denominazione tuttora in uso di sistema nervoso autonomo per designare quella divisione centrale e periferica del sistema nervoso, altrimenti detta vegetativa perché specializzata nel controllo automatico dei processi alla base della vita vegetativa, ossia le funzioni cardiocircolatoria, respiratoria, digestiva, escretoria, emuntoria, riproduttiva e di regolazione omeostatica. In realtà, si deve ben altro che la scelta di un nome a questo straordinario ricercatore, che indagò dall’anatomia alla chimica del sistema vegetativo, rintracciandone i nuclei nel midollo spinale, studiando il percorso delle fibre afferenti nelle radici, seguendo il tragitto delle fibre viscero-effettrici dei gangli simpatici, definendo le peculiarità delle sue divisioni principali, la parasimpatica e l’ortosimpatica, individuandone alcune attività antagonistiche. John Newport Langley aveva intenzione di raccogliere e ordinare, secondo i principi fisiologici da lui individuati, tutti i dati sperimentali ottenuti in tanti anni di ricerca, in una grande opera dal titolo “Il Sistema Nervoso Autonomo”, di cui riuscì a pubblicare solo il primo volume nel 1921. Per i suoi studi sui composti in grado di influenzare le attività del sistema nervoso vegetativo, è considerato uno dei fondatori della moderna neurochimica.

Ma vediamo perché John Newport Langley, apparentemente andando contro le evidenze della trasmissione sinaptica come fenomeno elettrico, sosteneva l’intervento di molecole prodotte dal neurone per ottenere gli effetti della trasmissione dell’impulso a una cellula ricevente.

Langley usava empiricamente la nicotina come mezzo chimico di prova per studiare le sinapsi del sistema nervoso autonomo, naturalmente non sapendo che l’alcaloide si lega ai recettori dell’acetilcolina (ACh) che oggi chiamiamo nicotinici[2]. Una delle sue prime osservazioni fu che, applicando la nicotina al ganglio cervicale superiore di un gatto anestetizzato, si aveva la retrazione della membrana nittitante[3], forte midriasi pupillare e piloerezione dal lato trattato. Sapeva, dunque, che la nicotina eccitava le giunzioni del sistema autonomo che causano queste risposte; in particolare, grazie alle fibre simpatiche che passano attraverso il terzo paio di nervi cranici per gli effetti sull’occhio.

Conoscendo gli interessi di Langley, Archibald Liversidge dell’Università di Sidney gli inviò un campione di pituri, una miscela di alcaloidi estratti dall’arbusto Duboisia hopwoodii che gli aborigeni australiani impiegavano come stimolante. Bastò qualche esperimento per rendersi conto che quell’estratto aveva lo stesso effetto della nicotina. Langley fino a quel momento aveva accettato l’opinione corrente secondo cui la nicotina, il curaro e l’atropina esercitassero la loro azione sulla conduzione e che nei gangli vi fosse continuità tra neurone presinaptico e post-sinaptico, ma compì un esperimento il cui esito gli fece cambiare idea: applicò la nicotina, come aveva applicato il pituri, in modo da agire solo sulle cellule del ganglio da cui prendono origine gli assoni post-gangliari e si accorse che si producevano “effetti simili a quelli prodotti dalla breve stimolazione delle sue fibre pregangliari anche dopo che il ganglio era stato completamente denervato tagliando le fibre pregangliari e facendole degenerare”[4].

La corrente non veniva dai neuroni pregangliari: un composto chimico, come la nicotina o altri alcaloidi, poteva produrre la depolarizzazione della membrana e generare l’impulso responsabile degli effetti. Dopo questa prova, John Newport Langley sostenne con estrema determinazione l’idea della mediazione di un neurotrasmettitore chimico per il passaggio dell’impulso da una cellula eccitabile all’altra.

 

 

[continua]

 

 

Notule

BM&L-23 maggio 2026

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[1] Sherrington, cit. in Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 15, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.

[2] Il nome “nicotina” fu dato perché la molecola fu estratta dalla pianta del tabacco, Nicotiana tabacum, così detta da Jean Nicot che inviò a Parigi i semi di questa pianta, arrivata dall’America in Portogallo, per promuoverne lo studio per uso medico.

[3] È quella membrana semitrasparente biancastra che copre l’occhio dei felini di tanto in tanto; volgarmente detta “terza palpebra”, è tipica di uccelli, rettili, anfibi e pesci, mentre è rara nelle specie dei mammiferi in cui è presente, come nell’uomo, un piccolo residuo vestigiale detto plica semilunaris o plica della congiuntiva.

[4] Langley cit. in Davenport (1991) e ripreso da Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 17, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.